La vita del piccolo Toon è tutta in tre fotografie esposte sull’ unico mobile della sua casa, una palafitta di legno tra le risaie di Dok Kham Tai. La prima è del ‘ 97, lui ha tre anni e il viso paffuto. L’ aria un po’ confusa, è in piedi davanti a una bara gialla a forma di pagoda e dà l’ ultimo addio al padre, ucciso dall’ Aids. La seconda è datata 1998: ancora una bara, stavolta della madre, pure lei stroncata dal virus contratto in un bordello di Bangkok. Il bimbo è molto cambiato: niente più guance rosee, è magro, ha gli occhi cerchiati di nero. E infine l’ ultima istantanea, quella del primo giorno di scuola, pochi mesi fa: cartella, camicia immacolata e un paio di pantaloncini che non riescono a coprire le gambette scheletriche coperte di piaghe.
Adesso Toon non va più a scuola: i compagni, le maestre hanno paura di quelle sue ferite, e lui passa le giornate in braccio alla nonna scrivendo e riscrivendo l’ alfabeto, l’ unica cosa che ha fatto in tempo ad imparare. Sta morendo, dicono i dottori. Tra poco – tre, o al massimo sei mesi – ci sarà una pagoda gialla anche per lui. Una delle tante piccole bare che si vedono in ogni angolo di questo pezzo di Thailandia del nord, maledetto dall’ Aids come nessuna altra zona del paese. Un tempo, di Dok Kham Tai si parlava come di una terra di principesse. Donne bellissime, la pelle chiara, i corpi snelli e slanciati, gli zigomi scolpiti come nelle illustrazioni delle fiabe d’ Oriente. Non regnavano su nulla, però, quelle principesse: come tutti nelle misere province settentrionali, si spezzavano la schiena nelle risaie, le gambe immerse nell’ acqua fino alle ginocchia. Nessun sogno nella testa, solo la speranza di riuscire a mangiare l’ indomani.
Poi venne la guerra del Vietnam. Ogni settimana migliaia di soldati americani si riversavano in Thailandia: licenze “RR” le chiamavano, “Repose&Relax”, spiegava un trattato del ‘ 67 tra Washington e Bangkok. Stanchi di guerra, i militari erano affamati di donne e in molti si preoccuparono di accontentarli accumulando grandi ricchezze. Come Nai U-Dom Patpong, un commerciante cinese che aveva ereditato un appezzamento di terra nella capitale thailandese e lo aveva riempito di saloni per massaggi e bordelli. Un quartiere a luci rosse ancora oggi famoso con il nome del primo proprietario. Ragazze venivano fatte arrivare da ogni parte del paese e quelle del nord erano particolarmente apprezzate per l’ aspetto leggiadro e la naturale grazia dei modi. Alla fine della guerra l’ industria del sesso era ormai solida, e se anche subì uno scossone per la partenza dei soldati, seppe ben presto riconvertirsi per servire a prezzi stracciati il mercato interno e del sud est asiatico. Dopo poco, poi, riprese quota e si trasformò nell’ attrazione per i turisti di tutto il mondo – tanti gli italiani – che è ancora adesso.
Gli agenti delle case chiuse arrivavano a Dok Kham Tai e raccoglievano informazioni sulle famiglie più povere che avevano figlie. Offrivano loro soldi per appianare debiti o comprare attrezzi per la terra. In cambio chiedevano le ragazzine. Avrebbero mandato le loro paghe a casa, spiegavano, così come è dovere dei buoni figli thailandesi. E i genitori accettavano. Per una tv, un pugno di baht, la speranza di un reddito. Alcuni dei broker mantenevano le promesse: una volta recuperato l’ “investimento” iniziale sfruttando la ragazza, le consentivano di lavorare per mettere da parte un po’ di denaro che puntualmente veniva spedito ai genitori. Fu così che sorsero i “castelli” delle principesse di Dok Kham Tai. Villette di un lusso ingenuo, che sembra materializzare i sogni di un mendicante. Cancellate verniciate d’ oro, le verande con le colonnine lucide, i muri di cinta sormontati dal filo spinato come in un insediamento militare. “Very beautiful house, eh? la figlia del proprietario lavora a Hong Kong”, spiega indicando uno dei “manieri” Samarn Marksuk, direttore di un progetto di assistenza alle famiglie della zona.
Quelle case così “beautiful” continuano a convincere tante ragazzine del distretto a tentare la fortuna nei bar di Bangkok o all’ estero. Qualcuna ce la fa a rientrare con qualche soldo da parte, ma la maggioranza torna avendo in più soltanto il sangue infetto. Una condanna che non risparmia poi mariti e figli. Anche se ormai il grosso della manodopera dei bordelli arriva dai paesi vicini – Birmania, Laos, Cambogia e Cina – anche se il governo thailandese ha messo in piedi una capillare campagna di informazione anti-Aids, anche se le organizzazioni internazionali – in testa l’ Unicef – si lanciano in progetti di formazione per strappare le adolescenti dalla strada, il distretto continua a versare il suo tributo nel tritacarne dei night club di Bangkok, Chiang Mai, Pattaya. Baokham ha appena 18 anni, il viso coperto di bolle, gli occhi fissi a terra. Tormenta una manica del giacchino bianco, cerca di coprire un cerotto sul dorso della mano destra, ricordo di una flebo fatta qualche ora fa. “Quando avevo 15 anni – racconta – un agente venne a parlare con i miei genitori, dette loro 40 mila baht (un po’ più di 2 milioni di lire). Il giorno dopo mia madre mi disse che dovevo andare a lavorare lontano, come avevano fatto tante altre ragazze del villaggio. Dissi di sì, lo sapevo che dovevo dare una mano, e andammo a prendere l’ autobus per raggiungere l’ agente a Bangkok. Mia madre si fermò una notte con me, poi ripartì. Io allora ebbi tanta paura e cominciai a piangere. Sapevo che quel posto era un bordello, ma non avevo idea di cosa si facesse esattamente in un bordello. Nel mio villaggio avevo avuto un fidanzato, ma non avevamo mai dormito insieme”. Poi le lacrime si fermarono e Baokham non pensò più a niente se non a rifondere i 40 mila baht versati ai suoi genitori. Il debito non è mai stato estinto: un anno fa la ragazza ha cominciato a stare male e ha chiesto alla sua mama- san – la maitresse del club – il permesso di rientrare a casa per un po’ . Aids, ha diagnosticato il dottore, e lei non è più tornata a Bangkok. “Sì, lo sapevo che dovevo stare attenta – ammette con un filo di voce – ma quando chiedevo ai clienti di usare il preservativo, loro dicevano di no, e io non sapevo come insistere”. Il “Pakpingjai Home Development Project” di Samarn Marksuk ora ha regalato a Baokham una gallina. Appena fa un uovo, lei lo va a vendere al mercato. E questo è quello che le è rimasto.
Marksuk lavora senza aiuti ufficiali e con i pochissimi fondi elargiti delle piccole comunità presbiteriane di Chiang Rai e Chiang Mai. Il governo di Bangkok non ha piacere che si continui a parlare degli appestati di Dok Kham Tai, della favola triste delle belle principesse trasformate prima in puttane e poi in untori. Preferisce mettere l’ accento sui grandi sforzi compiuti dalle autorità negli ultimi cinque anni per favorire l’ istruzione di massa, “l’ unico treno – viene spiegato – per portare in salvo le prossime generazioni”. Una verità, che però omette come migliaia di bambini di questo distretto non abbiano speranze di vivere abbastanza per poter prendere quel treno. “Noi cerchiamo di fare in modo che queste persone imparino a sostenersi a vicenda – spiega Marksuk – andiamo nelle case a portare cibo, medicinali a chi non può più muoversi, facciamo venire qui il pomeriggio i bambini rimasti senza genitori, le vedove, i sieropositivi emarginati. Li facciamo giocare, gli insegnamo qualche parola di inglese, chiediamo loro di preparare da mangiare tutti insieme, perché si fidino l’ un dell’ altro. Perché gli ammalati sappiano che se i loro figli rimarrano orfani non saranno abbandonati a se stessi”. Il Pakpingjai ora ha a disposizione tre stanzoni, una cucina, qualche strumento musicale e pochi giocattoli. “Abbiamo cominciato a costruire un dormitorio – dice Marksuk indicando quattro muri sostenuti da canne di bambù – ma ci mancano 600 mila baht (meno di 33 milioni di lire) per finirlo e non sappiamo dove trovarli”. Un registratore manda una musica tradizionale thailandese: una quindicina di ragazzine inginocchiate per terra muove con grazia le mani seguendo le note e le istruzioni di una maestra. Una bimba di due anni le guarda e sorride. Si chiama Niw, e la sua foto è diventata la copertina del depliant che il Pakpingjai ha stampato per cercare fondi. La donna, ex prostituta a Bangkok, non ha fatto in tempo a vedere l’ opuscolo. è morta di Aids pochi giorni dopo.
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