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Mikhail Pletnev in tribunale a Pattaya

Il direttore d’orchestra russo Mikhail Pletnev, è apparso questa mattina in tribunale a Pattaya (Thailandia) per difendersi dall’accusa di stupro nei confronti di un adolescente.

Pletnev, direttore artistico della Orchestra Nazionale Russa, è tornato a Pattaya dopo aver lasciato temporaneamente il paese per partecipare a un festival musicale in Macedonia.

Il famoso pianista russo all’uscita del tribunale ha rilasciato una dichiarazione ai media: “Spero che tutti abbiano capito che sono un uomo d’onore e che ho mantenuto la parola “. Alcuni attivisti locali che si occupano della protezione dell’infanzia a Pattaya, avevano infatti espresso preoccupazione sul fatto che il musicista sarebbe ritornato in Thailandia per affrontare il processo a suo carico con l’accusa di aver violentato un ragazzo di 14 anni.

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Francia, annullato dibattito Thaksin Shinawatra a Parigi

L’ex primo ministro thailandese in esilio, Thaksin Shinawatra, non parteciperà al dibattito organizzato per domani al ‘Centro per la politica e gli affari esteri’ di Parigi. Lo hanno annunciato i responsabili della manifestazione sottolineando che l’ex premier ha chiesto misure di sicurezza che l’organizzazione non è in grado di garantire. Nei giorni scorsi il governo francese aveva espresso perplessità sulla partcipazione dell’ex premier thailandese al dibattito.

Shinawatra è accusato dalle autorità thailandesi di essere implicato nelle violenze a margine delle manifestazioni delle “camicie rosse” in Thailandia. Le autorità di Bangkok hanno spiccato nei suoi confronti un mandato di arresto per “terrorismo”.

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Miss trans Pattaya

Il concorso di bellezza si tiene ogni anno a Pattaya – Anche i travestiti thailandesi hanno la loro “reginetta”. Si chiama Saknarind Malyaporn, 19 anni, ed è stato eletto durante l’edizione del concorso di bellezza per trans “Miss Tiffany Universe”.

La gara, che si volge ogni anno a Pattaya, a 150 chilometri da Bangkok, non è l’unica nel suo genere. A ottobre, ad esempio, per la prima volta in Thailandia si terrà nientemeno che il concorso di “Miss International Queen“.

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Pedofilia, prete in pensione a Pattaya

Il sacerdote cattolico Paul Shanley si è dichiarato innocente dell’accusa di aver ripetutamente abusato di un minore, qualche volta anche all’interno di un confessionale.

Paul Shanley, un prete in pensione accusato di pedofilia, è comparso in tribunale a Cambridge in Massachusetts, Usa, per rispondere a tre imputazioni di violenze sessuali su un minore. Secondo l’accusa, le molestie risalirebbero agli anni Ottanta: Shanley avrebbe usato violenza su Paul Busa, che oggi ha 24 anni, a partire da quando Busa aveva aveva appena sei anni.

“Rischio di fuga”
In attesa del processo il tribunale ha concesso a Shanley la libertà vigiliata dietro pagamento di una cauzione di 750.000 dollari – circa 820.000 euro – in contanti, oltre al ritiro del passaporto. L’avvocato di Busa aveva fatto presente che l’ex prete “pone un potenziale rischio di fuga”, e ha citato a questo proposito documenti recenti ottenuti dalle autorità thailandesi, secondo cui Shanley si sarebbe recato in passato in Thailandia per passare un mese con un altro prete in pensione, John White, a Pattaya, una cittadina a 80 chilometri da Bangkok, celebre per i bordelli destinati a ogni gusto e perversione sessuale.

Imbarazzo
White e Shanley avrebbero passato a Pattaya un mese. I due preti si conoscono dagli anni Sessanta: assieme hanno servito nella stessa parrocchia di San Patrizio a Stoneham e più tardi, negli anni Novanta in California, hanno gestito un ‘bed and breakfast’ per clienti omosessuali a San Bernardino. Shanley ha 71 anni: dopo quello di John Geogham, l’ex prete accusato di abusi su centinaia di ragazzini e condannato a dieci anni di prigione, il suo caso è il più grave motivo di imbarazzo per l’arcidiocesi di Boston, ed una delle cause delle ripetute richieste di dimissioni che arrivano da più parti al cardinale arcivescovo di Boston, Bernard Law.

Secondo quanto è emerso da documenti ufficiali dell’arcidiocesi, Law era a conoscenza da anni delle accuse contro Shanley, ma si limitò a spostarlo da una parrocchia ad un’altra, prima di farlo trasferire nel 1990 in California. Lo stesso Law domani deporrà in tribunale in una causa civile intentata da 86 vittime di padre Geogham. Il giudice Constance Sweeney ha detto di aver fissato una data così ravvicinata per la deposizione nel timore che il cardinale possa essere prossimamente richiamato a Roma.

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Thailandia: Hiv Aids nei bordelli thai dal nord a Bangkok

La vita del piccolo Toon è tutta in tre fotografie esposte sull’ unico mobile della sua casa, una palafitta di legno tra le risaie di Dok Kham Tai. La prima è del ‘ 97, lui ha tre anni e il viso paffuto. L’ aria un po’ confusa, è in piedi davanti a una bara gialla a forma di pagoda e dà l’ ultimo addio al padre, ucciso dall’ Aids. La seconda è datata 1998: ancora una bara, stavolta della madre, pure lei stroncata dal virus contratto in un bordello di Bangkok. Il bimbo è molto cambiato: niente più guance rosee, è magro, ha gli occhi cerchiati di nero. E infine l’ ultima istantanea, quella del primo giorno di scuola, pochi mesi fa: cartella, camicia immacolata e un paio di pantaloncini che non riescono a coprire le gambette scheletriche coperte di piaghe.

Adesso Toon non va più a scuola: i compagni, le maestre hanno paura di quelle sue ferite, e lui passa le giornate in braccio alla nonna scrivendo e riscrivendo l’ alfabeto, l’ unica cosa che ha fatto in tempo ad imparare. Sta morendo, dicono i dottori. Tra poco – tre, o al massimo sei mesi – ci sarà una pagoda gialla anche per lui. Una delle tante piccole bare che si vedono in ogni angolo di questo pezzo di Thailandia del nord, maledetto dall’ Aids come nessuna altra zona del paese. Un tempo, di Dok Kham Tai si parlava come di una terra di principesse. Donne bellissime, la pelle chiara, i corpi snelli e slanciati, gli zigomi scolpiti come nelle illustrazioni delle fiabe d’ Oriente. Non regnavano su nulla, però, quelle principesse: come tutti nelle misere province settentrionali, si spezzavano la schiena nelle risaie, le gambe immerse nell’ acqua fino alle ginocchia. Nessun sogno nella testa, solo la speranza di riuscire a mangiare l’ indomani.

Poi venne la guerra del Vietnam. Ogni settimana migliaia di soldati americani si riversavano in Thailandia: licenze “RR” le chiamavano, “Repose&Relax”, spiegava un trattato del ‘ 67 tra Washington e Bangkok. Stanchi di guerra, i militari erano affamati di donne e in molti si preoccuparono di accontentarli accumulando grandi ricchezze. Come Nai U-Dom Patpong, un commerciante cinese che aveva ereditato un appezzamento di terra nella capitale thailandese e lo aveva riempito di saloni per massaggi e bordelli. Un quartiere a luci rosse ancora oggi famoso con il nome del primo proprietario. Ragazze venivano fatte arrivare da ogni parte del paese e quelle del nord erano particolarmente apprezzate per l’ aspetto leggiadro e la naturale grazia dei modi. Alla fine della guerra l’ industria del sesso era ormai solida, e se anche subì uno scossone per la partenza dei soldati, seppe ben presto riconvertirsi per servire a prezzi stracciati il mercato interno e del sud est asiatico. Dopo poco, poi, riprese quota e si trasformò nell’ attrazione per i turisti di tutto il mondo – tanti gli italiani – che è ancora adesso.

Gli agenti delle case chiuse arrivavano a Dok Kham Tai e raccoglievano informazioni sulle famiglie più povere che avevano figlie. Offrivano loro soldi per appianare debiti o comprare attrezzi per la terra. In cambio chiedevano le ragazzine. Avrebbero mandato le loro paghe a casa, spiegavano, così come è dovere dei buoni figli thailandesi. E i genitori accettavano. Per una tv, un pugno di baht, la speranza di un reddito. Alcuni dei broker mantenevano le promesse: una volta recuperato l’ “investimento” iniziale sfruttando la ragazza, le consentivano di lavorare per mettere da parte un po’ di denaro che puntualmente veniva spedito ai genitori. Fu così che sorsero i “castelli” delle principesse di Dok Kham Tai. Villette di un lusso ingenuo, che sembra materializzare i sogni di un mendicante. Cancellate verniciate d’ oro, le verande con le colonnine lucide, i muri di cinta sormontati dal filo spinato come in un insediamento militare. “Very beautiful house, eh? la figlia del proprietario lavora a Hong Kong”, spiega indicando uno dei “manieri” Samarn Marksuk, direttore di un progetto di assistenza alle famiglie della zona.

Quelle case così “beautiful” continuano a convincere tante ragazzine del distretto a tentare la fortuna nei bar di Bangkok o all’ estero. Qualcuna ce la fa a rientrare con qualche soldo da parte, ma la maggioranza torna avendo in più soltanto il sangue infetto. Una condanna che non risparmia poi mariti e figli. Anche se ormai il grosso della manodopera dei bordelli arriva dai paesi vicini – Birmania, Laos, Cambogia e Cina – anche se il governo thailandese ha messo in piedi una capillare campagna di informazione anti-Aids, anche se le organizzazioni internazionali – in testa l’ Unicef – si lanciano in progetti di formazione per strappare le adolescenti dalla strada, il distretto continua a versare il suo tributo nel tritacarne dei night club di Bangkok, Chiang Mai, Pattaya. Baokham ha appena 18 anni, il viso coperto di bolle, gli occhi fissi a terra. Tormenta una manica del giacchino bianco, cerca di coprire un cerotto sul dorso della mano destra, ricordo di una flebo fatta qualche ora fa. “Quando avevo 15 anni – racconta – un agente venne a parlare con i miei genitori, dette loro 40 mila baht (un po’ più di 2 milioni di lire). Il giorno dopo mia madre mi disse che dovevo andare a lavorare lontano, come avevano fatto tante altre ragazze del villaggio. Dissi di sì, lo sapevo che dovevo dare una mano, e andammo a prendere l’ autobus per raggiungere l’ agente a Bangkok. Mia madre si fermò una notte con me, poi ripartì. Io allora ebbi tanta paura e cominciai a piangere. Sapevo che quel posto era un bordello, ma non avevo idea di cosa si facesse esattamente in un bordello. Nel mio villaggio avevo avuto un fidanzato, ma non avevamo mai dormito insieme”. Poi le lacrime si fermarono e Baokham non pensò più a niente se non a rifondere i 40 mila baht versati ai suoi genitori. Il debito non è mai stato estinto: un anno fa la ragazza ha cominciato a stare male e ha chiesto alla sua mama- san – la maitresse del club – il permesso di rientrare a casa per un po’ . Aids, ha diagnosticato il dottore, e lei non è più tornata a Bangkok. “Sì, lo sapevo che dovevo stare attenta – ammette con un filo di voce – ma quando chiedevo ai clienti di usare il preservativo, loro dicevano di no, e io non sapevo come insistere”. Il “Pakpingjai Home Development Project” di Samarn Marksuk ora ha regalato a Baokham una gallina. Appena fa un uovo, lei lo va a vendere al mercato. E questo è quello che le è rimasto.

Marksuk lavora senza aiuti ufficiali e con i pochissimi fondi elargiti delle piccole comunità presbiteriane di Chiang Rai e Chiang Mai. Il governo di Bangkok non ha piacere che si continui a parlare degli appestati di Dok Kham Tai, della favola triste delle belle principesse trasformate prima in puttane e poi in untori. Preferisce mettere l’ accento sui grandi sforzi compiuti dalle autorità negli ultimi cinque anni per favorire l’ istruzione di massa, “l’ unico treno – viene spiegato – per portare in salvo le prossime generazioni”. Una verità, che però omette come migliaia di bambini di questo distretto non abbiano speranze di vivere abbastanza per poter prendere quel treno. “Noi cerchiamo di fare in modo che queste persone imparino a sostenersi a vicenda – spiega Marksuk – andiamo nelle case a portare cibo, medicinali a chi non può più muoversi, facciamo venire qui il pomeriggio i bambini rimasti senza genitori, le vedove, i sieropositivi emarginati. Li facciamo giocare, gli insegnamo qualche parola di inglese, chiediamo loro di preparare da mangiare tutti insieme, perché si fidino l’ un dell’ altro. Perché gli ammalati sappiano che se i loro figli rimarrano orfani non saranno abbandonati a se stessi”. Il Pakpingjai ora ha a disposizione tre stanzoni, una cucina, qualche strumento musicale e pochi giocattoli. “Abbiamo cominciato a costruire un dormitorio – dice Marksuk indicando quattro muri sostenuti da canne di bambù – ma ci mancano 600 mila baht (meno di 33 milioni di lire) per finirlo e non sappiamo dove trovarli”. Un registratore manda una musica tradizionale thailandese: una quindicina di ragazzine inginocchiate per terra muove con grazia le mani seguendo le note e le istruzioni di una maestra. Una bimba di due anni le guarda e sorride. Si chiama Niw, e la sua foto è diventata la copertina del depliant che il Pakpingjai ha stampato per cercare fondi. La donna, ex prostituta a Bangkok, non ha fatto in tempo a vedere l’ opuscolo. è morta di Aids pochi giorni dopo.

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Koh Samui: paradiso thailandese tra spiagge e Buddha

Quello di Koh Samui è un Buddha maestoso, appollaiato su di un istmo, a protezione della costa e dei raccolti. Come un giallo faro segnala l’isola all’orizzonte. Nel I-san, la regione del nord est, le statue spuntano dalla folta vegetazione come colline dorate. Imponenti e ieratiche. Sono tante rappresentazioni dell’unico Saggio Silenzioso, raffigurato come vuole la tradizione seduto nella posizione del loto, in piedi, sdraiato su un fianco o che cammina. Il più famoso è però minuto, custodito nel tempio del Wat Phra Keo, a Bangkok. È il Buddha di Smeraldo, il custode e protettore della Thailandia. In verità è una riproduzione di giada che ha attraversato – per sei secoli – in lungo e in largo le lande thailandesi (compresi duecento anni di esilio a in Laos). Tre volte l’anno, a ogni inizio stagione, è il Re in persona che presiede al cambio degli addobbi: una tunica d’oro tempestata di diamanti per la stagione calda, una veste dorata picchiettata di blu per il periodo delle piogge e una di smalto e oro massiccio per la stagione fresca. Un’icona di pace e di silenzio che contrasta con il brulicare dei fedeli tra bancarelle e chioschi. Nei templi i vecchi riti sono cadenzati dalla modernità. Il rumore dei bastoncini di legno gettati sul pavimento per predire il futuro ha fatto posto a macchinette elettroniche per l’oroscopo. Anche il suono delle monete o del riso lasciato cadere nella lunga fila di ciotole a mo’ di preghiera è stato rimpiazzato da quello di distributori automatici. Si infila una moneta da dieci bath in una fessura e il riso scende automaticamente nelle vaschette che corrono su di un tapis-roulant. Un sottofondo musicale accompagna il passaggio dei contenitori che si svuotano prima del giro successivo. I monaci – i bonzi dalle tuniche arancione – vendono effigie e massime del santo uomo custode del tempio e, prima di incartare le riproduzioni del Buddha, gettano uno sguardo sul giornale come per controllare che non vi sia scritto niente che possa offendere la divinità. È all’entrata di questi stessi templi che si liberano gli uccelli dalle gabbie, il phong nok. Si ridà libertà a un essere vivente (si possono liberare tartarughe e pesci nel fiume, serpenti in foresta) per migliorare la propria vita terrena. Perché la Thailandia, tragicamente famosa nelle cronache nere come meta di turismo sessuale senza limiti e teatro di crimini feroci contro l’infanzia, è nella realtà anche un luogo che sa conservare molte ricchezze segrete. Un’armonia celestiale, a volte, tra antico e moderno, con donne in tunica bianca pronte a passare la notte sotto una zanzariera ai piedi delle statue del Saggio e le foto di gruppo dei bonzi. “Vedi il primo a sinistra”, mi spiega una signora “è molto saggio e famoso: parla spesso in televisione”. Il pra, il talismano che ha al collo, glielo ha consigliato lui ed è molto efficace. Lo ha noleggiato al Tha Pra Jan, il mercato degli amuleti di Bangkok sulle sponde del fiume Chao Phraya. Un mercatino particolare, nulla a che fare coi soliti spacci di veri falsi d’autore a uso dei turisti delle spiagge di Phuket o di Pattaya. Una infinita collezione di ciondoli che i devoti controllano con il lentino contafili per valutarne antichità e provenienza. Ce n’è per tutti i bisogni, compresi talismani a forma di piccolo pene con animali vari aggrappati alle protuberanze. Ovviamente aiutano nei problemi di fertilità e impotenza. Il Tha Pra Jan è una delle sorprese che offre Bangkok. Come il mercato galleggiante di Tha Ka. Autentico, che una volta la settimana riunisce le donne della zona in cerca di frutta e verdura, uova e gamberi di fiume. Qui non c’è il rumore delle motolance ma solo il fruscio delle remi. È un salto nel passato; in una realtà, che sembrerebbe non esistere più. Non che il vicino mercato di Damnoen Saduak sia una imitazione (la Thailandia è famosa per questo), è semplicemente stato scoperto dal turismo e lo stretto canale è ormai un susseguirsi di bancarelle per souvenir e le imbarcazioni sono cariche di cappelli di paglia e bibite fresche. Sotto il ponte c’è addirittura una webcam (www.sabuy.com) che riprende 24 ore su 24 le attività. Anche qui però basta attendere. Aspettare che i turisti sciamino all’ora di pranzo verso nuove destinazioni (sempre le solite visto che i tour sono programmati minuziosamente) e spostarsi al di là del ponte. Restano solo le barche dei contadini, quelle che così pittorescamente hanno fatto da sfondo alle foto. Vendono la propria mercanzia. Pradit, il tassista che mi ha accompagnato è contento dell’attesa. Qui i prezzi sono la metà che in città e la qualità garantita. Torniamo a Bangkok carichi come all’uscita da un supermercato. Somchai è un pescatore: un abile lanciatore di reti immerso fino al busto in acqua. I suoi movimenti ricordano quelli di un discobolo. Le prede guizzano tra le maglie. La sua barca è colorata a strisce vivaci e affusolata come una libellula senza ali, una long tail. Siamo a Krabi, la più recente tra le destinazioni turistiche nel Golfo delle Andamane. Anche lui ha il suo paradiso nascosto. “È a tre di ore di navigazione da qui: Muk”. L’isola dove è nato. Koh Muk per l’esattezza: Koh significa isola. Con il favore dell’onda si oltrepassa a nuoto una stretta caverna e si penetra in un placido catino dipinto di smeraldo avvolto da palme ondulate. Un ombelico marino: un Emerald Cave – uno dei tanti verdi crateri delle quattrocento isole della baia di Phang Nga (quella di Phuket e di Koh Ping Gun), un interminabile susseguirsi di scogli, isolotti e faraglioni verdissimi che possono raggiungere i trecento metri di altezza. Un paesaggio di colline che spuntano dolci dal mare, vecchie alture calcaree sepolte dall’oceano. I nomi sono evocativi: l’isola della Gallina, l’Elefante, il Cucciolo, la Testa di Drago, l’isola del Bambù. Il paradiso di Somchai non è diverso dagli altri, è altrettanto bello, ma i suoi ricordi d’infanzia e la solitudine che ci circonda lo rendono unico. La completa immobilità dell’acqua cristallina fa apparire i pesci come macchie di colore sulla tela scura del fondo. “Non vi sono ancora arrivati i turisti”, mi dice con la classica cautela thailandese, col timore di ferire la mia identità di straniero di passaggio. “Qui a Phang Nga, la storia si è ripetuta. Per primi sono arrivati i backpacker, i saccopelisti dai capelli lunghi che vivevano nei nostri bungalow con pochi soldi da spendere: prima a Phuket, poi a Koh Phi Phi Don, infine a Krabi, racconta: “Adesso sono andati a est, a Koh Lanta, alla ricerca di nuovi paradisi, come la mia piccola isola e la sua grotta di smeraldo”. Paradisi come quello di The Beach, il romanzo di Alex Garland, portato sul grande schermo da Leonardo Di Caprio e girato per l’appunto sulla spiaggia di Maya a Koh Phi Phi Ley, un’isola famosa per le caverne dei raccoglitori di nidi di rondine. Inseguiti e cacciati dal turismo organizzato. Una storia comune alla Thailandia e al sud-est asiatico. Anche Krabi fu uno di quegli avamposti. La spiaggia di Phra Nang è reputata una delle più belle in assoluto. Nella caverna della principessa, un tempio votivo che ricorda il naufragio di due principesse indiane, i lingam, gli enormi falli dei dio Shiva intagliati nel legno nelle ore di ozio a bordo, svettano tra i fiori e le offerte di frutta. Al posto dei rari bungalow degli hippies anni ’60, allietati da falò notturni e fumate in attesa dell’alba, ora è sorto il Dusit Rayavadee, il villaggio della principessa, uno dei più esclusivi resort della Thailandia. È la Phuket del 2000: dal destino segnato. È stato terminato l’aeroporto e il turismo di massa ne farà ben presto la sua meta d’eccellenza. Anche le pittoresche lance rua chao lay dei nomadi del mare, i Moken, hanno abbandonato queste acque. Sono salpate per le isole Surin, 200 miglia a nord, al confine con le acque birmane. È la nuova frontiera. Isole intatte come le vicine Similan dai fondali incantati. Gli orang laut, uomini del mare, vi vivono trasportati dalle onde, pescando e innalzando palafitte temporanee in attesa della futura invasione dei turisti. Anche Chiang Mai, la Rosa del Nord, ha subito un’invasione. Non culturale e secolare come quella delle dinastie birmane che occuparono la capitale del regno Lan Na nel XVI secolo, bensì acustica: quella delle moto giapponesi, più numerose degli abitanti della valle del fiume Ping. Si muovono a sciami, in contrasto sonoro con i rilievi ovattati delle Doi Suthep, l’anfiteatro naturale che incornicia la valle, tappezzato da foreste, risaie a terrazze e coltivazioni. Con trecento templi, in pratica uno ogni strada, e i più abili artigiani del Paese, è stato facile per Chiang Mai diventare l’attrattiva del Nord della Thailandia. Anche qui tutto è ben organizzato: si va in passeggiata a dorso di elefante (l’arte dei mahout – gli addestratori sono uomini della tribù Kui – ha più di 4mila anni ed è avviata a estinguersi: gli elefanti venivano utilizzati per il trasporto dei tronchi di teak nelle foreste) e a fare acquisti lungo Sankampaeng road, un susseguirsi di argentieri, antiquari, venditori di seta e lacche, manifatture di ombrelli e di carta Sa lavorata a mano. Una volta bisognava inerpicarsi tra le montagne alla ricerca dei vari artigiani, ora sono lì, in fila, in una specie di zona “industriale”. Fuori città il mondo cambia ancora: è quello rurale delle popolazioni montanare di origine sino-tibetana. Siamo ai confini del Triangolo d’oro e qui vivono Lee Su e Meo, tribù dedite alla coltivazione del papavero da oppio convertite con il Royal Project a colture non illegali come riso, tabacco, lino e mais. I Meo (che si definiscono Hmong, uomini liberi) sono originari dello Yunnan cinese. Per distinguere le diverse famiglie linguistiche si fa riferimento al costume che indossano: Meo azzurri, Meo bianchi, Meo a righe… I Lee Su o Lisu, di origine birmano-tibetana, animisti, vivono nel terrore di essere trasformati in lupi mannari. E se si va ancora più a nord, a Chiang Rai, verso il Mekong o a Mae Hong Son tra le ultime tribù di donne giraffa, le Ka-reng, il turismo si dirada. È una Thailandia ancora da scoprire, come nel I-san dove le statue ieratiche del Buddha spuntano nel verde come funghi gialli dopo le grandi piogge.

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Thailandia: mare delle Andamane

Mare delle Andamane Settore nordorientale dell’oceano Indiano, delimitato a ovest dalle isole Andamane e Nicobare, a nord e a nord-est da Myanmar, a sud-est dalla Thailandia e dalla Malaysia e a sud dall’isola di Sumatra. È collegato al Mar Cinese meridionale dallo stretto di Malacca e riceve le acque dei fiumi Irrawaddy, Sittang e Salween. La superficie è di 564.620 km². I maggiori porti sono Mergui, Phuket e George Town.

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Volare in Thailandia con Blue Panorama

Dal prossimo 5 maggio Blue Panorama propone orari più comodi per i viaggi in Thailandia.
La compagnia italiana Blue Panorama a partire dal prossimo 5 maggio 2010 cambia gli operativi per Bangkok. Lo ha reso noto Alessandro Cuciuc, product manager Distal & Itr Group nel corso della convention di Bangkok Amazing Siam. “I voli bisettimanali – ha precisato Cuciuc – partiranno da Roma e Milano rispettivamente alle ore 17.00 e alle 19,30 alternando gli scali di partenza. L’arrivo a Bangkok è previsto alle 11,30 del mattino e consente il proseguimento in giornata verso altre destinazioni in Thalandia. Al ritorno in Italia gli orari di arrivo sono le 7,40 per il primo scalo le 9,55 per il secondo”.
Blue Panorama ha ottenuto sulla destinazione fino all’inizio di marzo un load factor del 90%. Con l’inizio della bassa stagione le previsioni di riempimento sono intorno al 70%.

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Pattaya: sequestro di armi da fuoco

Abbiamo un aggiornamento sul caso relativo al signor Robert Malcolm McInnes 47 anni dalla Nuova Zelanda, uomo d’affari e fondatore della polizia SWAT Team di Pattaya. L’uomo è stato arrestato Giovedì perché trovato in possesso di armi da fuoco e munizioni. Malcolm ha sostenuto che le armi erano a bordo del suo veicolo in preparazione di una seduta di allenamento presso il Pattaya SWAT. Al momento il signor Robert è stato rilasciato dopo aver pagato una cauzione di 100.000 baht. Intanto ulteriori indagini sono in corso per appurare che il signor McInnes possiede una licenza in corso di validità, relativa al sequestro delle armi da fuoco ritrovate nella sua auto vettura.

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Thailandia: “spargimento di sangue” nella sede del Governatore a Bangkok

Bangkok: la prossima mossa dell’ UDD
Il leader del Fronte Unito per la democrazia (UDD) in Thailandia, Natthawut Saikua ha annunciato che preleverà un milione di cc di sangue dai manifestanti versandolo all’uscita del Palazzo del Governo a Bangkok. La decisione di spargere il sangue dei manifestanti è prevista per Martedì. Una azione che rappresenta una rappresaglia nei confronti dell’attuale governo che rifiuta di sciogliere le Camere. Il sangue verrà preso da 100.000 volontari, tra cui il leader della protesta. Questo ovviamente sarebbe un gesto simbolico. Ministri del Governo dovranno camminare sul sangue dei manifestanti quando entreranno martedì mattina alle ore 8 nella sede del Governatore.

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